Galleria fotografica  

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Servizio WMS EASyWater corpi idrici fluviali

 

Selezionare, copiare ed incollare il link nel proprio visualizzatore:

http://webgis1.alpiorientali.it:6080/arcgis/rest/services/EASyWater/EASyWater_fiumi/MapServer/WmsServer?

Convegni, giornate di studio e seminari 

2016 - 2015 - 2014 - 2013 - 2012 - 2011 - 2010

In questa sezione puoi trovare la documentazione relativa a una importante attività dell’Autorità di Distretto delle Alpi Orientali e cioè gli interventi a convegni, corsi, seminari e workshop. Ti mettiamo a disposizione una vetrina in costante aggiornamento che ti permette di seguire i contributi dell’Autorità di Distretto in occasione degli eventi a cui ha preso parte.

 

 

White Drop

 

 

18° Meeting del Working Group F

Madrid - 22 e 23 ottobre 2015

Organizzato dalla Direzione Generale Ambiente della Commissione Europea, il meeting del gruppo F, gruppo istituito dalla Commissione Europea nell’ambito della Common Implementation Strategy della Direttiva Quadro Acque 2000/60/CE, ha riassunto lo stato dell'implementazione della Direttiva Alluvioni in previsione dell’imminente pubblicazione dei primi Piani di Gestione del Rischio Alluvioni. Nell'ambito della sessione dedicata alla divulgazione di recenti progetti e convegni organizzati sul tema delle alluvioni, il Distretto Idrografico delle Alpi Orientali ha presentato i risultati della Conferenza internazionale organizzata lo scorso 7 settembre a Venezia nell’ambito di Aquae EXPO 2015 dal titolo “Piani di gestione del rischio di alluvioni: esperienze internazionali a confronto”. Con l'occasione è stata evidenziata l'importanza dell'Osservatorio dei Cittadini sulle Acque, misura non strutturale inserita nel PGRA del Distretto delle Alpi Orientali. Tutte le informazioni, i documenti di interesse relativi al lavoro del WGF, il report del convegno sono reperibili sul sito: https://circabc.europa.eu/w/browse/9560db96-04c6-4377-bf82-84766955e54a

 

 

Workshop “Best practice per la tutela dell’ambiente marino: il contributo dei progetti LIFE”

Venezia-Marghera - 20 ottobre 2015

Il workshop è stato caratterizzato da un confronto dinamico tra i vari beneficiari LIFE ed i diversi portatori di interesse che hanno avuto modo di confrontarsi sugli obiettivi, i risultati ed i suggerimenti dei progetti LIFE.

PROGRAMMA

Francesco Baruffi – Il progetto Life Trust
 

 

COAST ESONDA

Ferrara 23, 24, 25 settembre 2015

L’evento, molto articolato e dedicato ai temi della tutela del territorio, è organizzato da Ferrara Fiere Congressi con la partnership della Regione Emilia-Romagna: nell’edizione 2015 ha dato spazio alle Direttive Acque e Alluvioni per offrire il punto di vista di rappresentanti di spicco del Ministero dell’Ambiente e delle Autorità di Bacino su questioni quali il coordinamento nella gestione dei territori fluviali nell’ambito delle Direttive UE, le buone pratiche di gestione partecipata, gli strumenti di governance e lo sviluppo locale.

PROGRAMMA

Renato Angheben – Dicembre 2015: Importante occasione per il coordinamento tra le direttive 2000/60/CE (WFD) e 2007/60/CE (FD)
Michele Ferri – L’osservatorio dei cittadini: una misura del piano di gestione del rischio di alluvioni.

 

 

IL VALORE AMBIENTALE DELL’IRRIGAZIONE

EXPO Aquae - Venezia 14 Settembre 2015

 

Organizzato da ANBI Veneto e il Dipartimento Difesa del Suolo e Foreste Regione del Veneto, il convegno ha trattato temi inerenti i cambiamenti climatici, il Piano di Sviluppo Rurale, l’energia idroelettrica in Veneto (dal passato al presente con il caso del fiume Meschio), la gestione integrata della zona costiera, la gestione ambientale dei corsi d’acqua e di bonifica, i sistemi di irrigazione per un’agricoltura innovativa e le opere di difesa dall’intrusione del cuneo salino. Trattate anche le nuove disposizioni normative per l’analisi economica della risorsa idrica nell’ambito della Direttiva 2000/60/CE.

PROGRAMMA

Andrea Braidot – Misure per l’uso irriguo nell’aggiornamento del Piano di gestione delle acque

 

 

White Drop

Il Distretto idrografico delle Alpi Orientali, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, l’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Venezia e la Fondazione Ingegneri Veneziani, hanno organizzato, nell’ambito di Aquae Expo Venice 2015, una conferenza internazionale su “Piani di gestione del rischio di alluvioni: esperienze internazionali a confronto” . La conferenza ha trattato l'attuazione dei piani di gestione del rischio di alluvioni (Direttiva 2007/60/UE) ed ha stimolato la discussione su esperienze di applicazioni pratiche della direttiva. Alcuni Distretti europei (Ungheria, Austria, Francia, Croazia, Slovenia e Italia) hanno illustrato i piani che stanno elaborando e che presenteranno alla Commissione europea entro il 22 dicembre 2015.

PROGRAMMA

Giuseppina Monacelli, ISPRA – Dip. Tutela Acque Interne e Marine, (IT)
Benoît Terrier, Agence de l'eau Rhône Méditerranèe Corse, (FR)
Károly Gombás, The North Transdanubian Water Management Authority, (HU)
Rudolf Hornich, Styrian Federal State Government, (A)
Luka Stravs, Slovenia Ministry for Agriculture and the Environment, (SI)
Mirza Sorac, Secretary of Intern. Sava River Basin Commission, (HR)
Francesco Baruffi, AAWA - Autorità di Bacino dei fiumi dell'Alto Adriatico, (IT)

 

White Drop

White Drop – L’acqua che trasporta.
L’utilizzo strategico dell’acqua per il trasporto, l’energia e l’industria

EXPO Aquae - Venezia 24-26 giugno 2015

In questo seminario sono state analizzate e discusse le evidenze determinate dal coordinamento e dalla integrazione delle politiche energetiche e di gestione dell’acqua, nonchè presentate le esperienze di progetti innovativi.
L’intervento dell’Autorità di bacino dei fiumi dell’Alto Adriatico è stato inserito nello specifico workshop sul “Dissesto idrogeologico e infrastrutture idriche”.

PROGRAMMA


Michele Ferri - L’osservatorio dei cittadini: una misura di preparazione nella gestione delle alluvioni

 

 

White Drop

Water Food Energy Ecosystem Nexus nel bacino idrografico dell’Isonzo

Gorizia 26 maggio 2015

Questa sessione ha presentato gli orientamenti strategici e gli obiettivi settoriali delle autorità competenti in materia di acqua, energia, agricoltura e tutela degli ecosistemi e coinvolte nella gestione del bacino della Soca-Isonzo.

PROGRAMMA


Francesco Baruffi - Laboratorio Isonzo

Francesco Baruffi - Hydroelectirc uses in the Soca-Isonzo river
Alberto Cisotto - Groundwater resources
Matteo Bisaglia - Eastern Alps river basin management Plan 2000/60/CE


 

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Il PTA del Friuli Venezia Giulia. Acque superficiali e sotterranee
Quantità e qualità delle acque

Pordenone 22 maggio 2015

Durante l’evento sono stati affrontati i temi del Piano di Tutela delle Acque della regione autonoma del Friuli Venezia Giulia riguardo le acque sotterranee e superficiali analizzando le criticità emerse, le principali azioni introndotte e gli effetti previsti sul delicato sistema delle acque regionali.

PROGRAMMA
Andrea Braidot - Le misure di tutela dei corpi idrici in relazione ai prelievi per l’uso idroelettrico nell’aggiornamento del piano di gestione 

 


 

BrochureCdFVenezia15

La Geotecnica del governo delle risorse acqua, suolo e sistema infrastrutturale/culturale

Roma 26 marzo 2015

La Conferenza dell’Associazione Geotecnica Italiana ha inteso mettere a confronto le esperienze tecnico-scientifiche e istituzionali in materia di sostenibilità delle risorse naturali e nel recupero del patrimonio strutturale, storico e culturale.

PROGRAMMA

Ing.Roberto Casarin, Ing. Francesco Baruffi, Ing. Andrea Braidot, Dott. Francesca Mastellone, Dott. Alberto Cisotto - Linee guida per il rilascio del parere di compatibilità delle utilizzazioni idriche ad uso di scambio termico con il bilancio idrogeologico

 

 

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Conferenza conclusiva del progetto CAMIS con la capitalizzazione dei risultati dei progetti sul tema del fiume Isonzo

Trenta (Slovenia) 19 marzo 2015

Il Convegno conclusivo del progetto CAMIS è stato l’occasione per presentare i risultati ottenuti dalle ricerche e dalle attività condotte dai partners di progetto, condividere le proposte emerse dalla consultazione dei portatori di interesse coinvolti nel percorso partecipativo e consolidare l’approccio transfrontaliero attraverso la compresenza della componente italiana e slovena.
 

PROGRAMMA

Marco Gamba - CAMIS Final Conference

 

 

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Il Piano di Tutela delle Acque del Friuli Venezia Giulia
Obiettivi, contenuti e risultati attesi del Piano

Gorizia 13 marzo 2015

L’evento ha trattato gli obiettivi e i principali contenuti delle norme di settore, di analisi, di progetto e normativi del Piano di Tutela delle Acque del Friuli Venezia Giulia. Inoltre sono stati anche trattati gli aspetti di relazione con i piani settore. L’Autorità di bacino dei fiumi dell’Alto Adriatico ha sviluppato i rapporti tra il piano di gestione delle acque e il piano di gestione del rischio alluvioni e perciò l’approccio integrato e coordinato per l’applicazione delle direttive europee 2000/60 e 2007/60, per migliorare l’efficacia, lo scambio di informazioni e e realizzare sinergie e vantaggi comuni.

PROGRAMMA

Andrea Braidot - L’inquadramento normativo e i rapporti con il piano di gestione del rischio alluvioni.

 

 

La progettazione dei pozzi per acqua e la tutela delle falde - Il progetto di Norma UNI

Piacenza 19 febbraio 2015

Il Convegno si è tenuto in occasione dell’Inchiesta Pubblica sul progetto di Norma UNI relativa alla progettazione dei pozzi per acqua. Nella Tavola rotonda sul tema della progettazione dei pozzi e lo scambio termico nelle falde padane, l’Autorità di Bacino dei fiumi dell’Alto Adriatico ha presentato le Linee guida elaborate sul tema dell’uso dell’acqua di falda negli impianti di scambio termico.

PROGRAMMA

Francesca Mastellone - Linee guida per il rilascio del parere di compatibilità delle utilizzazioni idriche ad uso di scambio termico con il bilancio idrogeologico.

 

 

 
 

Repertorio delle Aree protette

 

L’istituzione del repertorio delle aree protette è un adempimento previsto dall’art. 117 del D.Lgs 152/2006 che recepisce le modalità con cui i Piani di gestione e il registro stesso devono essere adottati e che deve essere aggiornato alla scala distrettuale.

Le aree protette individuate nel distretto idrografico delle Alpi orientali sono costituite da tutte le aree distrettuali alle quali è stata attribuita una particolare protezione, in funzione di una specifica norma comunitaria e nazionale, allo scopo di proteggere i corpi idrici superficiali e sotterranei in esse contenuti o di conservare gli habitat e le specie presenti che dipendono direttamente dall'ambiente acquatico.

L’articolo 6 e l’allegato IV della Direttiva 2000/60/CE (DQA) richiedono agli Stati membri l’istituzione del suddetto repertorio e, per ciascuna area protetta individuata, il raggiungimento degli obiettivi di qualità perseguiti dai singoli corpi idrici dalla medesima normativa comunitaria, entro il 22 dicembre 2015. Nel repertorio sono stati presi in esame inoltre gli obiettivi supplementari, ai sensi dell’art. 4 lettera (c) delle medesima direttiva. I corpi idrici possono avere potenzialmente degli obiettivi più rigorosi in considerazione del fatto di essere correlati ad aree protette istituite da norme comunitarie che richiedono un regime di tutela maggiore o finalità diverse.

Sulla base delle informazioni trasmesse dalle Regioni e dalle Province Autonome per ogni tipologia di area protetta sono stati presi in considerazione:

- i presupposti normativi comunitari, nazionali e regionali/provinciali a norma dei quali le singole aree protette sono state istituite;
- i criteri di designazione delle aree protette;
- i criteri di individuazione dei corpi idrici correlati alle aree protette;
- gli obiettivi specifici per i corpi idrici correlati alle aree protette;
- le reti di monitoraggio per la verifica del raggiungimento degli obiettivi specifici.

Ai fini dell’implementazione della direttiva quadro acque, le aree protette sono costituite, secondo le indicazioni riportate nell’allegato IV della direttiva medesima, dalle seguenti tipologie:

- le aree per l’estrazione di acqua destinata al consumo umano (ai sensi della Direttiva 98/83/CE, recepita con D.Lgs 31/2001, e dell’articolo 7 della Direttiva 2000/60/CE, recepita con l’articolo 94 del D.Lgs 152/2006);
- le aree designate per la protezione di specie acquatiche significative dal punto di vista economico;
- i corpi idrici destinati agli usi ricreativi, inclusi quelli destinati alla balneazione (ai sensi della Direttiva 2006/7/CE, recepita dal D.Lgs 116/2008);
- zone vulnerabili ai nitrati di origine agro-zootecnica designate ai sensi della Direttiva 91/676 (recepita con l’articolo 92 del D.Lgs 152/2006 e dal D.M. del 7 aprile 2006);
- le aree sensibili designate ai sensi della Direttiva 91/271 (recepita mediante l’articolo 91 del D.Lgs 152/2006);
- le aree designate per la protezione degli habitat e delle specie, nelle quali mantenere o migliorare lo stato delle acque è importante per la loro protezione, compresi i siti della rete Natura 2000, istituiti a norma della direttiva 92/43/CEE (recepita con DPR 357/97 e s.m.i.) e della direttiva 2009/147/CE (recepita con Legge 157/92 e s.m.i.).

La normativa nazionale (articoli 84, 85, 87 e 89 del D.Lgs 152/06 e ss. mm. ii) prevede, inoltre, l’individuazione di ulteriori “acque a specifica destinazione” che, in taluni casi, possono coincidere con le aree designate per la protezione di specie acquatiche significative dal punto di vista economico, richiamate in precedenza come le acque dolci idonee alla vita dei pesci e le acque destinate alla vita dei molluschi. Tali acque a specifica destinazione, (che traggono la loro origine da quanto previsto dalle direttive 2006/44/CE e 2006/113/CE, abrogate) designate ai sensi della normativa nazionale vigente, sono da considerarsi aree protette ai sensi della direttiva 2000/60 CE.

 

 

Aree designate per l’estrazione di acque destinate al consumo umano

La normativa europea che regolamenta le acque destinate al consumo umano dal punto di vista della loro designazione e della conservazione della loro qualità fa capo sostanzialmente a due direttive.

La Direttiva 98/83/CE è finalizzata alla protezione delle acque in funzione della conservazione della salute umana. Essa stabilisce i requisiti di salubrità e pulizia cui devono soddisfare le acque potabili nell'Unione Europea, per essere destinate al consumo umano. Non si applica alle acque minerali naturali e le acque medicinali. La direttiva impone agli Stati membri:

-          di vigilare affinché l'acqua potabile non contenga concentrazioni di microrganismi, parassiti o altre sostanze tali da rappresentare un potenziale pericolo per la salute umana e soddisfi i requisiti minimi stabiliti dalla direttiva stessa (parametri microbiologici, chimici e relativi alla radioattività)
-          di effettuare controlli regolari delle acque destinate al consumo umano, rispettando i metodi di analisi specificati nella direttiva o utilizzando metodi equivalenti; a tal fine gli Stati membri determinano punti di prelievo dei campioni ed istituiscono opportuni programmi di controllo.

Con la Direttiva 2000/60/CE (articolo 7) viene previsto di individuare tutti i corpi idrici (superficiali e sotterranei) utilizzati per l'estrazione di acque destinate per il consumo umano che forniscono in media oltre 10 m3 al giorno o servono più di 50 persone, nonché i corpi idrici destinati a tale uso futuro. Per ognuno dei corpi idrici individuati è previsto che vadano monitorati quelli che forniscono in media oltre 100 m3 di acqua al giorno.

Gli Stati membri provvedono alla necessaria protezione dei corpi idrici individuati al fine di impedire il peggioramento della loro qualità per ridurre il livello della depurazione necessaria alla produzione di acqua potabile. Gli Stati membri possono definire zone di salvaguardia per tali corpi idrici.

In seguito all’emanazione della Direttiva 2000/60/CE viene poi pubblicata la Direttiva 2006/118/CE che istituisce un quadro per prevenire l’inquinamento delle acque con i seguenti scopi:

1)    istituire misure specifiche per prevenire l’inquinamento delle acque sotterranee ai sensi dell’articolo 17, paragrafi 1 e 2 della DQA. Tali misure comprendono in particolare criteri per valutare lo stato chimico delle acque sotterranee e per invertire le tendenze significative dell’aumento delle tendenze;

2)    integrare le disposizioni intese a prevenire o limitare le immissioni inquinanti nelle acque sotterranee, già previste nella DQA, e mira a preservare lo stato di tutti i corpi idrici sotterranei.

Di recente è stata inoltre emanata la Direttiva (UE) 2015/1787 della Commissione del 6/10/2015 “recante modifica degli allegati II e III della direttiva 98/83/CE del Consiglio concernente la qualità delle acque destinate al consumo umano”. In quest’ultima Direttiva sono contenute disposizioni legislative, normative e degli adeguamenti regolamentari di convalida dei metodi di analisi accettati a livello internazionale a cui gli Stati membri devono conformarsi entro il 27 ottobre 2017.

 

Le Direttive europee sopra riportate sono state recepite in Italia dalle seguenti norme.

Il D.Lgs. 31/2001 e s.m.i, "Attuazione della direttiva 98/83/CE relativa alla qualità delle acque destinate al consumo umano", disciplina la qualità delle acque destinate al consumo umano al fine di proteggere la salute dagli effetti negativi derivanti dalla contaminazione delle acque, garantendone salubrità e pulizia. Definisce inoltre le procedure per la richiesta di deroga temporanea associata a nuovi valori limite da rispettare fino al risanamento. Sono fuori dal campo di applicazione del decreto le acque minerali naturali e medicinali riconosciute e le acque destinate esclusivamente a quegli usi per i quali la qualità delle stesse non ha ripercussioni, dirette od indirette, sulla salute dei consumatori interessati. Il decreto fissa standard di qualità relativi all'acqua distribuita a scopo idropotabile tramite reti acquedottistiche, bottiglie o cisterne, nonché impiegata nelle industrie per la preparazione degli alimenti; introduce la ricerca di parametri nuovi di controllo e stabilisce valori più restrittivi per alcuni parametri tossici, come piombo, nichel ed arsenico.

Il D. Lgs. 152/2006 e s.m.i (articolo 79) che fissa gli obiettivi di qualità delle acque a specifica destinazione tra le quali sono inserite le “Acque dolci superficiali destinate alla produzione di acqua potabile (articolo 79, comma 1, lettera a del Decreto medesimo).

Il D.Lgs. 152/2006 (articoli 80 e 82) che classifica le acque dolci superficiali destinate alla produzione di acqua potabile in funzione del trattamento a cui devono essere sottoposte per essere destinate all’uso potabile e fissano i criteri di individuazione con i quali designare i corpi idrici superficiali e sotterranei destinati all’ “utilizzo potabile” (recependo quanto previsto dalla DQA) nonché le autorità competenti a tale designazione.

Il D.Lgs. 152/2006 (articolo 94) che “disciplina le aree salvaguardia delle acque superficiali e sotterranee destinate al consumo umano”. Per aree di salvaguardia si intendono aree distinte in zone di tutela assoluta e zone di rispetto, nonché all’interno dei bacini imbriferi e delle aree di ricarica della falda, poste a protezione delle opere di captazione e derivazione idrica a scopo potabile. La designazione di tali aree è individuata nella Regione su proposta delle Autorità d’Ambito. Inoltre l’ Accordo tra Stato e Regioni del 12 Dicembre 2002, d'ora in poi designato quale "Accordo del 2002" sancisce il concetto che "la delimitazione delle aree di salvaguardia rappresenta una delle misure che consente la tutela dei corpi idrici".

Il Decreto del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare 8 novembre 2010, n. 260: Regolamento recante i criteri tecnici per la classificazione dello stato dei corpi idrici superficiali, per la modifica delle norme tecniche del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, recante norme in materia ambientale, predisposto ai sensi dell'articolo 75, comma 3, del medesimo decreto legislativo.

Si segnala infine il D. Lgs. 30/2009 che recepisce la Direttiva 2006/118/CE concernente la protezione delle acque sotterranee dall'inquinamento e dal deterioramento.

 

 

Aree di salvaguardia delle acque destinate al consumo umano

L'”Accordo del 2002” e il D. Lgs. 152/06 articolo 94 disciplinano i criteri da adottare al fine di individuare le aree di salvaguardia, introducendo il concetto di tutela assoluta. L'area di salvaguardia risulta distinta nelle seguenti subaree:

-          Area di tutela assoluta;
-          Area di rispetto ristretta e/o allargata;
-          Zona di protezione.

L'area di tutela assolutaè quella adibita esclusivamente alle opere di captazione ed alle infrastrutture di servizio e deve avere un'estensione di almeno 10 metri di raggio dal punto di captazione.

L'area di rispettoè costituita dalla zona immediatamente a ridosso della zona di tutela assoluta a cui vengono imposti vincoli piuttosto restrittivi e destinazioni d'uso tali da tutelare qualitativamente e quantitativamente la risorsa idrica captata. L'area di rispetto può essere suddivisa in zona di rispetto ristretta e zona di rispetto allargata "in relazione alla tipologia dell'opera di presa o captazione e alla situazione locale di vulnerabilità e rischio della risorsa". In particolare nella zona di rispetto sono vietati l'insediamento di centri di pericolo e lo svolgimento di attività così come definito dal comma 4 articolo 94 del D.Lgs. 152/06.

L'”Accordo del 2002” prevede anche la possibilità di individuare zone di rispetto aggiuntive, in sistemi fessurati o carsificati, non direttamente collegate all'opera di captazione, in corrispondenza delle quali siano stati verificati fenomeni di infiltrazione con collegamenti rapidi alle risorse idriche captate nel punto d'acqua (pozzo o sorgente).

Per zona di protezione si intende l'area, immediatamente circostante alle aree di rispetto, i cui limiti esterni coincidono preferibilmente con quelli dell'intero bacino di alimentazione della falda e a cui possono essere imposti i vincoli territoriali relativamente meno restrittivi di quelli delle aree di rispetto. Il bacino corrisponde, ovviamente, all'area nella quale avviene l'infiltrazione diretta delle acque meteoriche, alle eventuali aree di alimentazione indiretta ed a quelle di contatto con i corpi idrici superficiali dai quali le acque sotterranee traggono eventualmente alimentazione.

L'area di salvaguardia pur rappresentando una superficie di territorio tutelata dovrebbe essere considerata, una misura funzionale deputata a proteggere i corpi idrici o porzioni di essi dai quali si attinge la risorsa idropotabile.

 

Acque destinate alla vita dei molluschi

E’ necessario premettere che le acque destinate alla molluschicoltura, e alla vita dei molluschi stessi, sono tutelate sia dal punto di vista ambientale che sanitario.

Le acque destinate alla “vita dei molluschi”, in senso lato, che sono tutelate dal punto di vista ambientale e che rientrano pertanto nelle aree protette previste dalla normativa italiana (D.Lgs. 152/2006 e ss.mm.ii). Tali acque designate ai sensi della normativa italiana sono sovrapposte a zone di produzione/stabulazione dei molluschi bivalvi vivi (citati con l’acronimo MBV) classificate dal punto di vista sanitario.

 

Acque dolci idonee alla vita dei pesci

La Direttiva 78/659/CE è il primo riferimento normativo sulla qualità delle acque dolci che richiedono protezione o miglioramento per essere idonee alla vita dei pesci ed è stata recepita in Italia dall’omonimo abrogato D.Lgs. 130/92 . La vecchia direttiva è stata sostituita e codificata successivamente dalla nuova direttiva 2006/44/CE. Quest’ultima direttiva, modificata a sua volta dal regolamento (CE) n. 807/2003, aveva riunito il testo originale della direttiva 78/659/CEE, senza modificarne le disposizioni di base; anche la Direttiva 2006/44/CE non è più vigente, in quanto abrogata a sua volta dall’articolo 22 comma 2 della Direttiva 2000/60/CE, (allo scadere del tredicesimo anno dall’entrata in vigore di quest’ultima).

La Direttiva 2006/44/CE stabiliva i criteri minimi di qualità che dovevano essere soddisfatti dalle acque dolci per essere idonee alla vita dei pesci, definendo le caratteristiche fisiche, chimiche e microbiologiche, i valori limite vincolanti, nonché la frequenza minima di campionamento e i metodi di riferimento per l'analisi delle acque rientranti in tali categorie. Gli Stati membri erano tenuti, a loro volta, a fissare i valori che si applicavano a tali tipologie di acque, in conformità con le linee di indirizzo contenute nella direttiva abrogata medesima. Gli Stati membri dovevano designare inoltre le acque dolci idonee alla vita pesci, classificandole in acque salmonicole e ciprinicole. Dal momento dell’abrogazione della Direttiva, l’obbligo della designazione di tali tipologie di acque, per gli stati membri dell’Unione Europea è venuto meno, in quanto la Commissione considera sufficiente il regime di tutela implementato sui corpi idrici superficiali dalla DQA. Da ciò consegue, che anche il monitoraggio esistente ai fini del controllo della qualità delle acque idonee alla vita dei pesci è cessato dopo la data del 22 dicembre 2013, ritenendolo assolto con le procedure connesse al “monitoraggio dello stato ecologico e chimico delle acque superficiali”.

 

Acque di balneazione

Con la definizione "acque di balneazione" vengono indicate tutte le acque dolci superficiali, correnti o di lago e le acque marine nelle quali la balneazione è espressamente autorizzata o non vietata e per le quali non è stato imposto un divieto permanente di balneazione né emesso un avviso che la sconsigli permanentemente. In questo ambito non sono considerate come acque di balneazione le piscine e le terme, le acque confinate soggette a trattamento o utilizzate a fini terapeutici e le acque confinate create artificialmente e separate dalle acque superficiali e dalle acque sotterranee.

La direttiva che norma le acque di balneazione è la 2006/7/CE che è entrata in vigore nel marzo 2006 ed ha abrogato la precedente direttiva 76/160/CE; la direttiva 2006/7/CE è stata recepita in Italia con il D.Lgs del 11 luglio 2007, n. 94 e con il D.Lgs 30 maggio 2008, n. 116 ed è stata resa quindi applicabile grazie all’emanazione del Decreto Ministeriale Salute Ambiente del 30 marzo 2010 con oggetto “Definizione dei criteri per determinare il divieto di balneazione, nonché modalità e specifiche tecniche per l'attuazione del decreto legislativo 30 maggio 2008, n. 116, di recepimento della direttiva 2006/7/CE, relativa alla gestione della qualità delle acque di balneazione”.

La direttiva 2006/7/CE stabilisce:

- disposizioni in materia di monitoraggio;
- classificazione della qualità delle acque di balneazione, secondo la scala qualitativa scarsa, sufficiente, buona o eccellente, in riferimento ai criteri di cui all’allegato II della direttiva;
- gestione della qualità delle acque di balneazione ed informazione al pubblico.

Fanno parte di questa tipologia le aree costiere balneabili, i laghi balneabili ed alcuni tratti fluviali balneabili.

Per quanto riguarda i laghi balneabili, costituiscono parte integrante delle aree protette, nel senso inteso dalla direttiva quadro acque:

- le acque di balneazione all’interno di corpi idrici lacuali di superficie maggiore di 0,5 km²;
- le acque di balneazione all’interno di corpi idrici lacuali di superficie compresa tra 0,2 e 0,5 km² per le quali, le competenti amministrazioni locali (Regioni/Province autonome), abbiano riconosciuto particolari caratteristiche ecologiche ed ambientali di pregio.

Quanto sopra in applicazione del D.Lgs 152/06, allegato I alla parte terza, che prevede l’individuazione di corpi idrici significativi da monitorare e classificare al fine del raggiungimento degli obiettivi di qualità ambientale.

Nella Provincia autonoma di Bolzano è stato designato solamente il lago di Caldaro che è stato suddiviso in tre aree protette; in quella di Trento invece sono state designate undici aree protette appartenenti a due bacini interni. Nella Regione del Veneto le aree protette sono prevalentemente posizionate lungo gli arenili marini ed in parte nei bacini interni, mentre nella Regione autonoma del Friuli Venezia Giulia alcune aree protette sono state designate lungo i fiumi.

 

Aree vulnerabili a norma della direttiva 91/676/CEE

La Direttiva 91/676/CEE ha come principali obiettivi la prevenzione e la riduzione dell'inquinamento delle acque causato direttamente o indirettamente dai nitrati di origine agricola.

Gli Stati membri, alla luce dell’ allegato II della Direttiva, devono fissare codici di buona pratica agricola concernenti modalità, periodi e condizioni per le operazioni di fertilizzazione e le indicazioni gestionali dei terreni; inoltre gli Stati membri devono elaborare e fare applicare i cosiddetti Programmi di Azione per le zone vulnerabili contenenti misure vincolanti (allegato III) e modalità di applicazione degli effluenti in rapporto all'uso del suolo. Queste misure devono garantire che il quantitativo di effluenti di allevamento sparso sul terreno ogni anno, compreso quello distribuito dagli animali stessi, non sia superiore alla soglia di 170 kg di azoto per ettaro. E’ comunque consentito agli Stati membri fissare quantitativi diversi in presenza di particolari condizioni.

 

Aree sensibili a norma della direttiva 91/271/CEE

La Direttiva 91/271/CE, modificata dalla Direttiva 98/15/CE per la parte riguardante l'Allegato I, ha l’obiettivo di proteggere l'ambiente da eventuali effetti negativi causati dallo scarico delle acque reflue urbane e vuole disciplinare il ciclo delle acque reflue costituito da raccolta, trattamento e scarico, e il ciclo delle acque reflue originate dal settore industriale costituito da trattamento e scarico. La direttiva 91/271/CE è stata recepita in Italia dapprima con il D.Lgs 152/1999 e, successivamente, con il D.Lgs 152/2006.

In quest’ottica, una delle disposizioni principali della direttiva prevede l'obbligo, per gli Stati membri, di realizzare

un sistema di raccolta delle acque reflue urbane combinato ad un sistema di depurazione delle stesse.

A tal fine, spetta agli Stati membri, tra gli altri adempimenti, l’individuazione delle “aree sensibili”, sulla base dei criteri stabiliti nell’allegato II. Tali criteri fanno riferimento a tre tipologie di ambienti acquatici:

- acque dolci, estuari e acque costiere già eutrofizzate o esposte al rischio di eutrofizzazione in assenza di interventi protettivi specifici (criterio a);
- acque dolci superficiali destinate alla produzione di acqua potabile la cui concentrazione di nitrati è o potrebbe essere superiore a 50 mg/l (criterio b);
- aree che necessitano di un trattamento complementare per conformarsi alle prescrizioni di altre Direttive, quali ad esempio le acque destinate alla pescicoltura, le acque di balneazione, le acque destinate alla molluschicoltura, nonché le direttive sulla conservazione degli uccelli selvatici e degli habitat naturali, ecc. (criterio c).

È sufficiente che un sistema idrico soddisfi uno solo di questi criteri per essere considerato area sensibile.

Per il criterio a) per individuare e, poi, ridurre il nutriente con successivo e ulteriore trattamento occorre tenere conto dei seguenti aspetti:

- nei laghi e nei corsi d'acqua che si immettono in laghi/bacini/baie chiuse con scarso ricambio idrico e ove possono verificarsi fenomeni di accumulazione la sostanza da eliminare è il fosforo, a meno che non si dimostri che tale intervento non avrebbe alcuno effetto sul livello dell'eutrofizzazione. Nel caso di scarichi provenienti da ampi agglomerati si può prevedere di eliminare anche l'azoto;
- acque negli estuari, nelle baie e nelle altre acque del litorale con scarso ricambio idrico, ovvero in cui si immettono grandi quantità di nutrienti, se, da un lato, gli scarichi provenienti da piccoli agglomerati urbani sono generalmente di importanza irrilevante, dall'altro, quelli provenienti da agglomerati più estesi rendono invece necessari interventi di eliminazione del fosforo e/o dell'azoto, a meno che non si dimostri che ciò non avrebbe comunque alcun effetto sul livello dell'eutrofizzazione.

 

Aree designate per la protezione degli habitat e delle specie

La direttiva 79/409/CEE “Uccelli” modificata dalla successiva direttiva 2009/147/CE, mira a proteggere, gestire e regolare tutte le specie di uccelli viventi naturalmente allo stato selvatico nel territorio europeo degli Stati membri, con una protezione estesa alle uova, ai loro nidi ed ai loro habitat. Gli Stati membri devono anche preservare, mantenere o ripristinare i biotopi e gli habitat di talune specie ornitiche, istituendo zone di protezione, mantenendo gli habitat, ripristinando i biotopi distrutti e creandone di nuovi. Per talune specie di uccelli identificate dalla direttiva (allegato I) per le specie migratrici sono previste misure speciali di protezione degli habitat. La direttiva stabilisce un regime generale di protezione di tutte le specie di uccelli, comprendente in particolare il divieto:

- di uccidere o catturare deliberatamente le specie di uccelli contemplate dalle direttive; la direttiva autorizza tuttavia la caccia di talune specie a condizione che i metodi di caccia utilizzati rispettino taluni principi;
- di distruggere, danneggiare o asportare i nidi e le uova;
- di disturbarle deliberatamente;
- di detenerle.

La Direttiva 92/43/CE “Habitat” mira a contribuire alla conservazione della biodiversità definendo un quadro comune tra gli stati membri per la conservazione delle piante e degli animali selvatici e degli habitat di interesse comunitario. La direttiva prevede che sia istituita una rete ecologica europea denominata "Natura 2000"; tale rete è costituita da "zone speciali di conservazione" designate dagli Stati membri in conformità delle disposizioni della direttiva, e da zone di protezione speciale istituite dalla direttiva 2009/147/CE concernente la conservazione degli uccelli selvatici. Gli allegati I (tipi di habitat naturali di interesse comunitario) e II (specie animali e vegetali di interesse comunitario) della direttiva forniscono indicazioni circa i tipi di habitat e di specie la cui conservazione richiede la

designazione di zone speciali di conservazione (ZSC). Alcuni di essi sono definiti come tipi di habitat o di specie "prioritari" (che rischiano di scomparire). L'allegato IV elenca le specie animali e vegetali che richiedono una protezione rigorosa.

 

 

 

Corpi idrici

 

I “corpi idrici” superficiali e sotterranei rappresentano l’unità base a cui fare riferimento per la conformità con gli obiettivi ambientali imposti dalla Direttiva Quadro Acque.

Il corpo idrico è definito come una "coerente sotto-unità di un bacino idrografico o di un distretto idrografico" alla quale sia possibile assegnare l'obiettivo ambientale previsto dalla Direttiva, cioè il raggiungimento di un buono stato ecologico delle acque.

I corpi idrici sono a loro volta suddivisi nelle seguenti categorie di acque:

·      acque sotterranee (sorgenti montane e falde freatiche e artesiane)

·      acque superficiali (fiumi, laghi/invasi, acque lagunari, acque marino-costiere, acque territoriali)

Per ciascuna categoria di acque è stato realizzato un piano conoscitivo finalizzato a quantificare le pressioni e gli impatti che insistono sui singoli corpi idrici (prelievi d’acqua, scarichi, …) e a monitorare lo stato di salute di ciascun corpo idrico. La metodologia ha inizio con la tipizzazione di fiumi, laghi, acque di transizione e acque marino costiere, ovvero l’individuazione di “tipi” di acque caratteristici, per ognuno dei quali vengono definite le relative condizioni di riferimento, cioè le condizioni ideali in assenza di pressioni antropiche. Segue poi l’individuazione dei singoli corpi idrici superficiali e sotterranei, fatta sulla base delle pressioni significative e di discontinuità importanti. Attraverso un’apposita rete di monitoraggio vengono rilevate le condizioni reali dei corpi idrici, mediante indicatori biologici (pesci, macroinvertebrati e flora acquatica), chimici, quantitativi e idromorfologici. La procedura, che è iterativa, si conclude con la classificazione dello stato ecologico e dello stato chimico di ogni corpo idrico, che risulta dal confronto tra le condizioni reali rilevate e quelle di riferimento tipo-specifiche.

La Direttiva Quadro Acque riconosce che, sotto specifiche condizioni, alcuni corpi idrici potrebbero effettivamente non essere in grado di raggiungere l’obiettivo di qualità ambientale, e quindi consente agli Stati Membri di identificarli e designarli come corpi idrici artificiali (AWB) o corpi idrici fortemente modificati (HMWB) ovvero di assegnare una proroga del termine fissato per il loro raggiungimento o di attribuire loro obiettivi ambientali meno restrittivi.

L’art. 74, comma 2, lettera g, del D. Lgs. 152/06 definisce come fortemente modificato “un corpo idrico superficiale la cui natura, a seguito di alterazioni fisiche dovute a un'attività umana, è sostanzialmente modificata, come risulta dalla designazione fattane dall'autorità competente in base alle disposizioni degli artt. 118 e 120”. Per alterazione fisica si può intendere qualunque alterazione i cui effetti si traducano in modificazioni idromorfologiche tali da provocare un mutamento sostanziale delle caratteristiche naturali originarie del corpo idrico.

L’art. 74. comma 2, lettera f, del D.Lgs. 152/06 definisce il corpo idrico artificiale come “un corpo idrico superficiale creato da un'attività umana”. In altre parole il corpo idrico artificiale si differenzia dal corpo idrico fortemente modificato in quanto è un “nuovo” corpo idrico creato dall’uomo laddove non esisteva alcun corpo idrico naturale e non si origina per evoluzione fisica, spostamento, o riallineamento di un preesistente corpo idrico naturale.

La possibilità di classificare corpi idrici fortemente modificati e artificiali è stata introdotta per consentire agli Stati Membri di non rinunciare a quegli usi specifici che garantiscono funzioni sociali ed economiche, attuando nel contempo le misure di mitigazione dell’impatto finalizzate al miglioramento della qualità dei corpi idrici. I criteri tecnici per l’identificazione dei corpi idrici artificiali e fortemente modificati per le acque fluviali e lacustri, sono stati pubblicati relativamente di recente, attraverso l’emanazione del D.M. 156/2013, e le Regioni sono attualmente impegnate nei conseguenti adempimenti operativi.

Caratterizzazione dei corpi idrici fluviali

La definizione del quadro tecnico di riferimento per l’implementazione della Direttiva 2000/60 prevede alcuni passaggi chiave che sono: la tipizzazione dei corsi d’acqua, la definizione dei corpi idrici e l’attribuzione ad ogni corpo idrico della classe di rischio di non raggiungimento degli obiettivi di qualità previsti a livello europeo. Per quanto riguarda la tipizzazione, la Direttiva 2000/60 prevede che gli Stati membri debbano effettuare una caratterizzazione iniziale dei corpi idrici superficiali e una classificazione in Tipi fluviali mediante uno dei due sistemi previsti dall’Allegato II (sistemi A o B).

Nel dicembre 2006 è stata presentata dal Ministero dell’Ambiente la metodologia per la tipizzazione dei corsi d’acqua italiani. Questa metodologia, riportata nel D.M.16 giugno 2008, n. 131 è stata adottata per la tipizzazione definitiva e ufficiale dei corsi d’acqua da parte delle Amministrazioni del Distretto. Il documento del MATTM relativo alla “Metodologia per l’individuazione di tipi per le diverse categorie di acque superficiali” propone un approccio che si articola su tre livelli:

·      definizione di idroecoregioni (HER), cioè di aree geografiche all’interno delle quali gli ecosistemi di acqua dolce dovrebbero presentare una limitata variabilità per le caratteristiche chimiche, fisiche e biologiche. Questo primo livello di pianificazione si basa su una regionalizzazione del territorio europeo eseguita in Francia dal Centre Nationale du Machinisme Agricole, du Gènie Rural, des Eaux et des Fôrets (CEMAGREF);

·      definizione di tipi fluviali all’interno delle HER sulla base di un ristretto numero di variabili non incluse tra quelle utilizzate per la definizione delle HER;

·      definizione di tipologie di maggior dettaglio.

L’approccio metodologico è basato sulle teorie di controllo gerarchico degli ecosistemi acquatici dove i fattori di controllo globali determinano le condizioni locali osservate lungo i fiumi. La diversità naturale dei corsi d’acqua è considerata il risultato della sovrapposizione di due fattori: l’eterogeneità regionale e il gradiente monte-valle. L’eterogeneità regionale è individuata attraverso l’identificazione delle HER definite sulla base dei principali fattori che determinano le caratteristiche degli ecosistemi acquatici: orografia, geologia, clima. Il gradiente monte-valle e quindi la zonizzazione longitudinale di un corso d’acqua sono in stretta relazione con la sua taglia.

Il metodo utilizzato per assegnare ai corsi d’acqua una classe dimensionale è l’ordinamento secondo Strahler che classifica tratti fluviali in funzione della loro posizione nel reticolo idrografico, assegnando un codice numerico progressivo monte-valle dove il primo ordine corrisponde alla testata del bacino.

L’approccio adottato dal MATTM opera su tre livelli successivi di approfondimento:

Livello 1 - Definizione di idroecoregioni:

Livello 2 - Definizione di una tipologia di massima

Livello 3 - Definizione di una tipologia di dettaglio.

Il primo livello di pianificazione si basa su una regionalizzazione del territorio europeo eseguita in Francia dal Centre Nationale du Machinisme Agricole, du Gènie Rural, des Eaux et des Fôrets (CEMAGREF) e prevede la definizione di tipi fluviali all’interno delle HER sulla base di un ristretto numero di variabili non incluse tra quelle utilizzate per la definizione delle HER.

Il secondo livello porta all’individuazione di tipologie di massima, sulla base degli elementi descrittivi tra quelli del Sistema B, sistema scelto in Italia per la classificazione: perennità e persistenza, origine del corso d’acqua, distanza dall’origine (intesa come indicatore della taglia del corso d’acqua), morfologia dell’alveo (per i fiumi temporanei), influenza del bacino a monte. E’ articolato a sua volta in 6 steps e consente di individuare tipi fluviali all’interno delle HER attraverso l’utilizzo di pochi elementi descrittivi considerati significativi e di relativa facile applicabilità a scala italiana.

Come previsto dall’allegato 3 del D.lgs. 152/06, sono stati presi in considerazione ai fini della tipizzazione i corsi d’acqua aventi bacino idrografico maggiore di 10 km2. Non sono stati tipizzati corsi d’acqua aventi bacino idrografico di superficie minore.

I risultati di Livello 3 devono consentire una ridefinizione più accurata dei criteri/limiti utilizzati nei due livelli precedenti, sulla base delle specificità territoriali, dei dati disponibili, di particolari necessità gestionali, ecc. e offrono la possibilità di compensare eventuali incongruenze che derivano dalla definizione delle tipologie di Livello 2.

 

Individuazione dei tipi fluviali nel territorio distrettuale

Una volta definite le tipologie all’interno di ogni categoria di acque superficiali (fiumi, laghi/invasi, acque di transizione e acque costiere) e valutati gli impatti che insistono sulle medesime categorie di acque, il passo successivo consiste nell’identificazione dei corpi idrici. Il D.Lgs 152/06, all’art. 74 comma 2 lettera h, definisce il corpo idrico superficiale come “un elemento distinto e significativo di acque superficiali, quale un lago, un bacino artificiale, un torrente, fiume o canale, acque di transizione o un tratto di acque costiere”. I “corpi idrici”, nell’intendimento della direttiva europea, rappresentano le unità a cui fare riferimento per riportare e accertare la conformità con gli obiettivi ambientali. Un “corpo idrico superficiale” deve avere condizioni tali che sia possibile assegnare una ed una sola classe di stato ecologico delle acque con sufficiente attendibilità e precisione sulla base dei programmi di monitoraggio effettuati.

I criteri e i metodi per l’individuazione dei corpi idrici superficiali sono descritti alla sezione B del Decreto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare 16 giugno 2008, n. 131 (Regolamento recante i criteri tecnici per la caratterizzazione dei corpi idrici (tipizzazione, individuazione dei corpi idrici, analisi delle pressioni). In sintesi i passaggi previsti dal decreto ministeriale per arrivare alla definizione dei corpi idrici superficiali sono, nell’ordine:

·      valutazione delle caratteristiche fisiche;

·      valutazione degli impatti delle pressioni quantitative, qualitative e idromorfologiche che comportano una variazione dello stato ecologico;

·      suddivisione delle acque superficiali in relazione alle aree protette per le quali sono stabiliti obiettivi specifici tali per cui i corpi idrici che vi ricadono sono assoggettati a loro volta ad obiettivi aggiuntivi.

L’individuazione dei corpi idrici deve essere finalizzata ad una razionale gestione delle acque superficiali e pertanto, ferma restando la necessità di suddividere il corpo idrico laddove vi siano dei cambiamenti nel suo stato ecologico, si è operato cercando di evitare un’eccessiva frammentazione.

La Direttiva 2000/60 prevede che un corpo idrico appartenga ad un unico tipo fluviale; sulla base di ciò, in prima battuta tutti i tratti fluviali tipizzati possono essere considerati corpi idrici.

All’interno di ogni tratto tipizzato è stata verificata la necessità di una suddivisione in più corpi idrici sulla base dei seguenti criteri:

·      Caratteristiche fisiche naturali;

·      Pressioni prevalenti;

·      Stato di qualità.

Caratteristiche fisiche naturali: all’interno di ogni tratto fluviale tipizzato è necessario verificare l’eventuale presenza di confluenze significative, tali da introdurre variazioni rilevanti del regime idrologico a valle e potenzialmente influire sullo stato di qualità in ragione del carico inquinante veicolato o dell’effetto diluente.

Pressioni prevalenti: un corpo idrico deve rappresentare un tratto fluviale omogeneo anche per ciò che riguarda le pressioni antropiche insistenti sullo stesso, direttamente o perché presenti nel bacino sotteso. Il tratto fluviale tipizzato è stato quindi sottoposto ad un’analisi delle pressioni al fine di evidenziare la presenza di disomogeneità significative, tali da influenzare potenzialmente lo stato di qualità e giustificare la suddivisione in più corpi idrici, relative alle principali categorie di pressioni antropiche: uso del suolo, sorgenti puntuali, derivazioni e alterazioni idromorfologiche. L’analisi delle pressioni dovrebbe anche condurre alla prima individuazione di corpi idrici nei quali le pressioni idromorfologiche sono prevalenti, il corpo idrico è potenzialmente a rischio di raggiungimento degli obiettivi di qualità, e quindi potrebbe rappresentare un possibile corpo idrico fortemente modificato (HMWB).

Sono state quindi analizzate le pressioni antropiche significative, in particolare: pressioni da fonte puntuale (proveniente da attività e impianti di depurazione civile, impianti industriali, siti inquinati ed altri), inquinamento significativo da fonte diffusa (proveniente da dilavamento urbano, attività agricole e di altro tipo), stima e individuazione delle estrazioni significative di acqua per usi urbani, industriali, agricoli e di altro tipo, stima e individuazione dell'impatto delle regolazioni significative del flusso idrico sulle caratteristiche complessive del flusso e sugli equilibri idrici, individuazione delle alterazioni morfologiche significative dei corpi idrici.

Per la definizione dei corpi idrici l’analisi delle pressioni condotta è stata di tipo qualitativo; è stata cioè valutata in ambiente GIS la presenza di discontinuità significative del tipo di pressione insistente all’interno di un tratto tipizzato. L’analisi condotta successivamente nell’ambito della procedura di valutazione del rischio è stata di tipo quali-quantitativo e ha portato alla valutazione del rischio di non raggiungimento degli obiettivi per ogni CI in ragione del tipo e dell’entità delle pressioni insistenti attraverso l’impiego di indicatori di maggior dettaglio.

Stato di qualità: un corpo idrico deve rappresentare un tratto fluviale omogeneo anche per quanto riguarda lo stato di qualità. Per i tratti fluviali per i quali sono disponibili dati di stato derivanti da pregresse attività di monitoraggio, i principali cambi di stato possono essere utilizzati per delineare i limiti di un corpo idrico, integrando tali dati con il risultato dell’analisi delle pressioni. Infatti, se un tratto fluviale presenta disomogeneità sulla base delle pressioni, ma lo stato è uniforme, potrebbe esser considerato un corpo idrico unico. E’ tuttavia necessario tenere presente che i dati disponibili all’atto della prima designazione dei corpi idrici fluviali (ex D.Lgs. 152/99) definivano lo stato di qualità in modo diverso da quanto previsto dalla WFD sia per quanto riguarda gli elementi biologici monitorati sia le modalità di espressione del giudizio di qualità. I risultati dei monitoraggi successivi ed ulteriori considerazioni ed approfondimenti potranno quindi essere utilizzati per la ridefinizione nel tempo dei confini dei corpi idrici.

Nella definizione dei corpi idrici sulla base dei criteri sopra esposti, si è partiti dal presupposto che in prima battuta ogni tratto tipizzato corrispondesse a un CI. I tratti fluviali tipizzati per i quali è stata necessaria una suddivisione ulteriore in più CI sono prevalentemente quelli di corsi d’acqua di collina o fondovalle appartenenti alle classi di taglia piccola, media o grande. Nella maggior parte dei casi il taglio è stato determinato dalla presenza di confluenze significative o dalla presenza di variazione della categoria di pressione prevalente insistente.

I dati prodotti nelle attività di individuazione dei corpi idrici sono stati organizzati in un dataset geografico. In particolare per quanto riguarda lo strato informativo, il prodotto ottenuto riguarda la creazione dei dati alfanumerici che caratterizzano il reticolo idrografico, distinguendo e descrivendo i corsi d’acqua, i tipi fluviali e i corpi idrici.

La struttura delle base dati geografiche e alfanumeriche consente una transcodifica nel caso in cui a livello nazionale venga modificata la modalità di codifica.

 

La Direttiva 2000/60/CE (WFD) prevede l’identificazione, a livello di ecoregioni e sulla base di pochi e semplici descrittori facilmente raffrontabili su grande scala, dei tipi di corpi idrici e per ognuno di essi la successiva definizione delle “condizioni tipo-specifiche”, cioè le condizioni rilevate nei siti di riferimento, quindi assunte come quelle “ideali” per ciascuna tipologia. Il sistema di classificazione dello Stato Ecologico prevede che per tutte le componenti biologiche considerate il risultato venga espresso come scostamento dalle condizioni di riferimento che si rilevano negli ambienti privi di pressioni antropiche. Lo scostamento dal valore atteso RQE, è il rapporto tra il valore del parametro analitico (ad es. indici derivati da metriche di abbondanza e diversità del popolamento macrobentonico, oppure abbondanza e diversità delle specie di diatomee) riscontrato nei siti di monitoraggio e quello rilevato nei siti di riferimento. I siti di riferimento sono stati individuati dalle diverse regioni italiane in ambienti privi di pressione antropica e i valori di riferimento sono pubblicati nel D.Lgs. 152/06. La ricerca delle condizioni di riferimento è effettuata dapprima sul territorio mentre, laddove non sia possibile individuare naturalmente i corpi idrici di riferimento, è necessario definirli in via teorica sulla base di un modello o di serie storiche basate su informazioni pregresse. Tali condizioni di riferimento rappresentano le caratteristiche biologiche, idromorfologiche e fisico chimiche tipiche di un corpo idrico relativamente immune da impatti antropici e sono necessarie per definire lo stato di qualità ambientale «elevato»: un ecotipo, cioè, caratterizzato da condizioni e comunità specifiche le cui componenti chimico-fisiche ed ecologiche non sono risultate influenzate da pressione antropica significativa.

I siti di riferimento sono stati individuati dalle diverse regioni italiane in ambienti privi di pressione antropica e i valori di riferimento sono pubblicati nel D.M. 260/2010.

 

Individuazione dei corpi idrici fluviali del territorio distrettuale

In concomitanza con le altre attività richieste dall’implementazione della Direttiva 2000/60, durante gli ultimi anni le amministrazioni del distretto hanno eseguito un aggiornamento della geometria e della denominazione dei corpi idrici superficiali.

In particolare, per i corpi idrici fluviali, le principali modificazioni sono intervenute per le considerazioni che seguono.

In seguito all’aggiornamento della geometria, alcuni fiumi non risultano più tipizzati in quanto il loro bacino imbrifero non raggiunge più i 10 km² richiesti dalla normativa, mentre altri sono stati tipizzati in quanto, al contrario, la superficie del bacino supera i 10 km², mentre in precedenza era inferiore;

Alcuni fiumi sono stati suddivisi in più tratti perché una più approfondita analisi delle loro caratteristiche idromorfologiche ha evidenziato una significativa differenza al loro interno; corpi idrici contigui sono stati uniti in quanto presentano le stesse condizioni idromorfologiche;

Altri corpi idrici sono stati suddivisi in quanto presentavano un obiettivo ambientale diverso a monte rispetto a quello a valle.

Alcuni tratti fluviali terminali sul fondovalle sono stati suddivisi in quanto nel loro tratto iniziale sono caratterizzati da versanti ripidi, spesso caratterizzati da tratti ripidi con presenza di briglie trasversali, mentre il loro tratto finale sul fondovalle risulta pianeggiante e caratterizzato da alterazioni fisiche dell’alveo riconducibili all’agricoltura ma che possono rappresentare anche un importante habitat per la vita dei pesci.

Talvolta questi tratti terminali costituiscono anche aree di infiltrazione nella falda e/o sono soggetti al prelievo d’acqua a scopo irriguo. Alcuni fiumi sono stati suddivisi in due tratti per la presenza di una diga che nel precedente piano non era stata considerata. Per alcuni fiumi è stata cambiata soltanto la tipologia del corpo idrico: si tratta principalmente di corpi idrici in precedenza classificati come “fiumi di origine glaciale”, che vengono classificati per il secondo piano di gestione come “nivo-pluviali pluviale a scorrimento superficiale”. Inoltre, un tratto fluviale in precedenza classificato come intermittente viene classificato con il nuovo piano come nivo-pluviale a scorrimento superficiale.

In Provincia di Trento l’individuazione di tratti omogenei per le pressioni insistenti e lo stato di qualità, senza giungere ad una frammentazione eccessiva delle aste fluviali, ha posto le situazioni più problematiche.

Infatti nella maggior parte dei casi le pressioni insistenti sono molteplici e non sempre uniformemente distribuite. Ad esempio le pressioni puntuali quali scarichi o derivazioni, dighe o traverse determinano degli impatti la cui estensione sui tratti a valle possono essere di diversa entità e dipendono sicuramente da più fattori tra cui:

·      rapporto portate degli scarichi o delle derivazioni rispetto alle portate del corso d’acqua;

·      presenza di più pressioni puntuali dello stesso tipo o di tipo diverso che possono avere effetti cumulativi o sinergici;

·      presenza di altre alterazioni ad esempio morfologiche con artificializzazione dell’alveo;

·      presenza di tratti in cui le portate idrologiche sono influenzate da fenomeni di subalveo o risorgive.

Diventa quindi difficoltoso valutare l’estensione spaziale degli effetti dell’inquinamento per immissione di sostanze esterne o dovuti all’alterazione del flusso, ad esempio per la presenza di una diga o di opere di derivazioni.

Nel caso invece di corsi d’acqua montani di medie dimensioni, spesso le pressioni più facilmente individuabili sono concentrate nel tratto più vallivo, in corrispondenza di insediamenti urbani o produttivi. I tratti più a monte o sono privi di impatti o più frequentemente sono presenti pressioni di tipo idromorfologico come briglie, difese spondali, canalizzazioni la cui entità è spesso di difficile valutazione perché spesso non sono disponibili dati georiferiti a scala provinciale, oppure i dati sono incompleti o non aggiornati. La valutazione dell’omogeneità di questi tratti fluviali può quindi portare a sottostimare l’entità delle pressioni insistenti. Più in generale, la localizzazione delle pressioni di tipo morfologico rappresenta l’aspetto più deficitario di tutte le valutazioni relative all’omogeneità del corpo idrico e successivamente del rischio di non raggiungimento degli obiettivi di qualità.

 

   
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